babele
Secondo lo studio di John Blackburn, docente di economia della Duke University, negli ultimi otto anni il costo del fotovoltaico è sempre diminuito, mentre quello di un singolo reattore nucleare è passato da 3 miliardi di dollari nel 2002 a dieci nel 2010.

http://www.nytimes.com/2010/07/27/business/global/27iht-renuke.html?_r=1&src=busln

http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_luglio_27/solare-costi-nucleare_6c3ac74a-998b-11df-882f-00144f02aabe.shtml

http://www.sustainablebusiness.com/index.cfm/go/news.display/id/20683
Se un giornalista di altissima notorietà e impatto mediatico invita a cena a casa sua, per festeggiare gli onori della professione, i principali rappresentanti del governo e delle istituzioni economiche e religiose del paese e da questo appuntamento, che poteva restare nell'ambito privato ancorché esclusivo, partono istruzioni per il ridisegno di equilibri politici di cui si fa un certo vanto... c'è indipendenza dell'informazione?

Se il direttore di un quotidiano, ancorché di partito, partecipa a un vertice con i massimi esponenti di quel partito stesso dove si decide l'espulsione di membri cardine, che a quel medesimo quotidiano avevano affidato considerazioni e dichiarazioni di intenti.... c'è indipendenza dell'informazione?



Caro Bartleby,
ti sottopongo una lettera che mi è stata inviata da un "giovane" amico.

"[...] ho una questione "storico-socio-filosofica" da porci, anzi veramente da porre a quelli della generazione dei nostri genitori, ma magari è utile anche a noi riflettere su questi temi.

Che non ci sia passaggio di potere dalla loro generazione alla nostra, è evidente a tutti. E che questo comporti incartapecorimento del potere, e mostri socialmente cancerogeni... è altrettanto noto a tutti. Ma vedo sempre di più che non è solo questione di ciò che avviene nelle sedi di potere classiche.
 
Chi era adulto nel dopoguerra (i nostri nonni) ha ricostruito moralmente e fisicamente un paese e, contemporaneamente, si è fatto una posizione, quando lui (beh sì diciamo pure "lui", Nilde Iotti a parte) aveva tra i 25 e i 45 anni, immagino.

I nati nei primi 15 anni del dopoguerra hanno rifatto moralmente il paese, hanno vissuto un forte conflitto generazionale, ma le consegne del potere sono passate comunque, e anche loro (lui e lei) si sono fatti una posizione nei loro 25/45 anni... Ma poi se la sono tenuta, senza spazio per chi era in arrivo.
 
L'atteggiamento, nei confronti dei "nuovi" (come entrata e come generazione, ma non certo ahimé come età), quando c'è stato, è avvenuto sotto il segno di una profonda benevolenza. Buoni e autorevoli,i nuovi capi ti cullano in un eterno processo di apprendimento e accompagnamento, senza concedere mai alcuno spazio per assumersi delle responsabilità.
Certo, questo non è sicuramente un attaccamento alla poltrona,ma è peggio: mancanza di fiducia, infantilizzazione delle relazioni di lavoro che producono lo stesso risultato di mancato passaggio di consegne.

Ora,lo sappiamo anche noi che apparteniamo a una generazione di bamboccioni, ma forse per noi è più facile indagare questo aspetto, perché ci scontriamo ogni giorno con questa situazione. Solo che anche chi di noi responsabilità e voglia di fare ne ha, deve fare molta più fatica per emergere dei nostri coetanei di altri paesi e di altre generazioni. A 35/40 anni ci considerano "giovani", in nessun altro paese o generazione credo sia (stato) così.

Quindi, poiché la situazione è geograficamente e storicamente specifica, mi è venuto il sospetto che debba esserci anche una causa specifica, qualcosa che ha causato l'attaccamento al potere e alle responsabilità di quella generazione, e l'essere così restii a passare le consegne.

Parlo forse (perché non so nemmeno se è così) di un vissuto, un evento storico che non si trova sui libri di storia, qualcosa che hanno vissuto loro (forse nel momento del loro passaggio di consegne?) che ha provocato questa situazione collettiva. Credo sia un tema che potrebbe essere lo spunto per qualche indagine, magari all'inizio anche in modo informale, chiedendo a parenti, amici, tutori, della generazione dei nostri genitori, e confrontandoci tra di noi e con loro, stimolandoli a confrontarsi tra di loro. [...]"

Bartleby: pensavo che per un Paese che non fa che discutere sul problema generazionale, sull'incapacità di promuovere un ricambio delleclassi dirigenti, quello del calcio è l'esempio più moderno di mobilità.

Ma a pensarci bene il calcio è anche il campo in cui si è meglio realizzato il modello di società multietnica.

Candido: ma perché proprio nel calcio ?

Bartleby: forse perché il calcio non è consumato dal tempo e nulla oggi è così....

ma il PD dov'è?
ho aperto almeno 5 quotidiani online e non c'è traccia di una notizia né in homepage né nella pagina politica.
è già fuorilegge?
è stato oscurato come le tv analogiche?
non ha nulla da comunicare o sta comunicando altrove e io non lo so?





David Hine, docente di scienze politiche all'università di Oxford, risponde a Enrico Fransceschini (repubblica.it) sul tema "Perché Italia non comandano politici quarantenni?":

Tra Italia e Gran Bretagna vi sono differenze fondamentali sia nella forma della comunicazione politica tra partiti e votanti, sia nella struttura di potere all'interno dei partiti. Gli elettori britannici sembrano esigere partiti guidati da leader giovani e articolati, con i quali essi possono identificarsi (...). Un altro motivo ha a che fare con le diverse strutture di potere nell'universo partitico di Gran Bretagna e Italia, e un altro motivo ancora è connesso all'abitudine italiana alla deferenza verso le autorità, e queste due motivazioni sono legate una all'altra.
I partiti italiani sono profondamente gerarchici, e dipendono da complesse catene di relazioni reciproche. Queste relazioni sono molto difficili da spezzare. Non puoi spezzarle, come David Cameron fece in Gran Bretagna, facendo bella impressione con un discorso a un congresso del partito (...). Tutti gli italiani, di sinistra come di destra, sono cauti e conservatori, e si attaccano a quello che hanno. Questo non è un difetto morale degli italiani, è semplicemente una risposta razionale al modo in cui vengono viste le cose.


Ho visto D'Alema in televisione ieri sera da Ballarò e di fronte alla sua reazione mi sono chiesto se era giusto che un uomo pubblico reagisse in quel modo.

Mi sono anche chiesto perché  quella reazione non mi avesse sorpreso, ma fosse quasi attesa. Era, pensavo, la reazione di un uomo che con orgoglio reagisce ad un modo di fare poltica che predilege la provocazione, l'offesa, le urla all'analisi e alla discussione costruttive.

Ho capito allora che l'immagine del politico lasciava il posto a quello dell'uomo e delle sue sensibilità. Per la prima volta con coraggio e passione D'Alema metteva in piazza il suo sentire, il suo animo, la sua dignità.

Con orgoglio rivendicava una storia che non si può sempre falsificare, manomettere, utilizzare per stravolgerne la realtà. E questo è stato un gesto forte e coraggioso su cui è necessario riflettere non per un interesse individuale, ma per un interesse pubblico. 

Come tutti i gesti coraggiosi si possono condividere o meno, ma portano alla luce un malessere generale su cui è necessario confrontarsi.

Mi sono chiesto quante volte quel moto di orgoglio è stato tenuto sotto silenzio, quante volte la voglia di reagire, di ribellarsi è stata controllata e mai mostrata.

La vita di ognuno di noi non è una fiction, un luogo virtuale in cui tutto è possibile e tutto si costruisce e si demolisce in base all'audience.

Di fronte a questi pensieri il dispiacere più forte è stato ancora una volta quello di vedere che nessuna forma di solidarietà - quella che è stata alla base dei movimenti socialisti e comunisti - è venuta da quelli che un tempo avremmo definito i compagni di vita.

 

 

 

Diderot: una volta uno scrittore di cui ho dimenticato il nome mi ha inviato la definizione di "finzioni". Vorrei pubblicarla, ma volevo prima chiedere il suo parere. Eccola trascritta qui di seguito:

"Non cogliere il momento dei grandi cambiamenti (di questo ho scritto ampiamente nel Supplément au Voyage de Bougainville )

Non capire che le aspettative del tuo interlocutore non sono quelle che hai in testa

Non capire che questi ultimi anni hanno disegnato un mondo che nulla ha a che fare con quello che hai conosciuto e nel quale ti sei formato (cosa è rimasto della nostra illustre nobiltà ?)

Non avere il coraggio di riconoscere gli errori (come ho provato a spiegare negli Essai sur Sénèque)

Non avere la forza di ammettere le proprie debolezze

Non riconoscere gli amici dai cortigiani

Non saper essere tollerante

Non saper chiedere scusa ai propri cittadini (e lo scrivo al termine della mia vita, quando sento imminente l'arrivo della Rivoluzione) ".

 

gli uomini fanno scelte che talvolta non portano loro alcuna utilità o che possono addirittura danneggiarli solo perché rispondono a un ideale. Oppure, se qualcosa non funziona, possono decidere di tentare la via del cambiamento, modificando le cose che non vanno piuttosto che lasciarle abbandonate a se stesse. l'exit è una opzione di scelta che funziona in economia, dove il mercato pone l'acquirente in condizione di cambiare in funzione del profitto maggiore che si ottiene abbandonando chi offre condizioni peggiori. Ed è anche una opzione che trova spazio nelle forme totalitarie, dove le uniche azioni possibili sono adesione o rifiuto (che si traduce in espulsione del non aderente).
in politica, e più nello specifico nelle forme democratiche, dovrebbe funzionare un'altra opzione, quella che permette di comunicare e analizzare il dissenso al fine di operare dei cambiamenti che riguardano un soggetto collettivo, e dove dunque, per definizione, le voci devono essere una pluralità.

Voltaire: caro Bartleby volevo invitarti a riflettere su alcuni gesti della politica che in questi giorni hanno attirato la mia attenzione.

Quando l'altro giorno ripensavo al potere assoluto di Luigi XIV, mi chiedevo se qualcuno avesse notato alcuni gesti intercorsi tra lui e il suo Ministro (...) . Si continuava a discutere sull'opportunità o meno di portare avanti la guerra d'Olanda. Come sai il Trattato di Aquisgrana aveva creato una divisione territoriale di confine molto complessa tra i Paesi Bassi spagnoli e il nostro regno, con numerose enclave, il che era continua fonte di dispute e rendeva insicure le frontiere settentrionali della Francia.

Fu a quel punto che il nostro Ministro contestò al Sovrano la conduzione degli affari esterni. Era un presteso. Ben presto si capì che dietro quella contestazione c'era la necessità di difendere uno spazio di autonomia e, nello stesso tempo di potere.

Bartleby: ma cosa c'entrano i gesti con questa storia ?

Voltaire: la cosa che più mi colpì nel loro dialogo fu il modo in cui le tesi sostenute si palesarono attraverso i gesti. Luigi XIV aveva il dito puntato con il suo Ministro quasi a incutergli paura e minaccia. Sapeva bene infatti di poter contare sull'accusa di lesa maestà per farlo, in qualunque momento, condannare.

La reazione del Ministro fu più sottile. Avendo capito che il Sovrano aveva acquistato il parere dei suoi colleghi, i Ministri (...), dapprima rivolse loro uno sguardo di stupore, per poi battere le mani in senso di sfida e di dilegio, quasi a far capire loro che era ben consapevole che avessero ceduto alle sue pressioni.

Bartleby: Ebbe certo coraggio...

Voltaire: sì, Bartleby, molto coraggio, soprattutto quando chiamato a pronunciarsi sull'adesione alla guerra, non solo sostenne di essere contrario e di far questo per il bene della Francia, ma sfidò il Sovrano, con un gesto della mano, a cacciarlo da quella riunione e farlo imprigionare nella Bastiglia.

Bartleby: e gli altri Ministri ?

Voltaire: gli altri Ministri rimasero in silenzio, alcuni chinarono il capo, altri sorrisero con aria di superiorità e disprezzo. Ma nessuno capì che quei pochi gesti avrebbero segnato l'inizio della fine per il regno di Luigi, nostro Signore.

 

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